Ci vuole uno slogan, stile
otto ore per il lavoro, otto ore per il riposo, otto ore per quello che vogliamo!
per vendere le lotte civili del Duemila (e mai un secolo è sembrato vecchio come ”Il Duemila”). Me ne sono inventato uno, che è
diritto alla Morte, diritto all’Amore, diritto alla Conoscenza
che fa molto Sturm und Drang e riassume tre battaglie per la Vita (sì, la Vita, quella fuori dall’utero, però) che sono cronologicamente invertite ma come slogan funzionano meglio in quest’ordine.
Uno nasce e deve avere il diritto di poter conoscere, anzi, ne ha il dovere: scuola dell’obbligo fino alla maggiore età, quando potrà votare (davvero li facciamo votare ma non li educhiamo? E’ come dare la macchina senza chiedere la patente). Corollario, ma mica tanto: diritto all’accesso digitale. Se hai una casa, devi poter avere Internet; se è economicamente svantaggioso per un privato offrirtela, ci deve pensare il tuo comune di residenza.
A 16 anni acquisiamo tutti il diritto di contrarre matrimonio… ma non con chi vogliamo. Dev’essere per forza l’altro sesso. Che poi non si capisce bene cosa sia l’altro sesso. Gli organi sessuali bastano? Conta quello che c’è scritto sulla carta d’identità? E gli ermafroditi? Boh, tanto sono pochissimi. E se cambio sesso? Perchè adesso è possibile farlo. Certo, non posso procreare, ma neanche una settantenne, o chi è affetto da sterilità. Vabbè, il problema si è capito, devo poter sposare chi voglio. La domanda non è se sia lecito o no per un omosessuale sposarsi, ma piuttosto perchè non debba essere possibile; cioè qual è la ratio dietro il senso di avere due coniugi di sessi opposti. E l’unica ratio valida è la tradizione, al che si può tranquillamente obiettare che un’altra tradizione, altrettanto valida e di ordine superiore, è quella del matrimonio stesso. Se facciamo una legge per preservare una tradizione, preserviamo la tradizione del matrimonio, e diamo a tutti la possibilità di sposarsi.
L’ultimo diritto è quello alla morte. Con la demografia che galoppa e la vita che si allunga, poter decidere della propria vita e di come, eventualmente, terminarla non è solo un diritto che discende dal diritto alla vita stesso, ma è anche una pratica igienica (che brutta parola). Un testamento biologico che consenta a ogni individuo, nel pieno delle sue facoltà, di decidere cosa fare della propria vita nel caso determinate condizioni si verifichino, o di demandare tale decisione al medico o a un parente, che decidano secondo coscienza. Ci preoccupiamo molto che la gente morta “riposi in pace”, meno se abbiano vissuto in agonia. E chi quel testamento non lo vuole, eviti di compilarlo o vi scriva di voler essere alimentato a forza, curato fino allo stremo, se teme la giustizia divina, o è solo molto spaventato.
Ce ne sono altri, di battaglie etiche che vale la pena combattere: lo ius soli, la fecondazione assistita, ecc… ma nessuno configura un vero e proprio diritto, a livello universale, come i tre sopra. Su cui tutti i partiti, quelli riformisti in testa, devono decidere da che parte stare e, soprattutto, spiegarne il perchè.