• Coney Island and rain

    Coney Island and rain

La Svizzera fa uso largo e disinvolto del voto popolare referendario: l’ultimo, una consultazione nel Canton Ticino, vorrebbe penalizzare i frontalieri italiani in favore degli autoctoni (svizzeri o stranieri) residenti.

Non è la prima volta che gli accordi internazionali sono oggetto di referendum interni: Phastidio ricorda un altro esempio transalpino, che porta a una riflessione già fatta pochi giorni fa sul “bene della nazione” e su come questo possa essere autodeterminato. La discussione è in ultima analisi sul limite della libertà, e di come questa membrana logora venga spinta un po’ più in qua o un po’ più in là. Da un lato i padroni, la classe dirigente, gli integrati: la parte rappresentativa della democrazia rappresentativa, e per questo essenza stessa del sistema che vogliono puntellare, anche a costo di mettere insieme uno show, un cartongesso di democrazia.

Dall’altro il popolo, la gente, i cittadini, che sono i detentori formali della forza e che qui e là provano a ritirare la delega, a scavarsi degli spazi di autonomia in contravvenzione al patto sociale che loro stessi sottoscrivono nuovamente ad ogni consultazione.

In questa frattura, politica e post-partitica, fra chi paternalisticamente vuole il meglio per le masse ignoranti, e chi invece vede nelle stesse una saggezza e un diritto di libertà quasi trascendentali, è in questa frattura che si inserisce la manifestazione M5S a Palermo, nella quale Beppe Grillo si è ripreso la delega, il ruolo di capo e la responsabilità decisionale, con due parole davanti a un giornalista.

Uno vale uno, ma come lui non c’è nessuno.

 

 

 

La lotta di classe: un’espressione che lascia la polvere in bocca quando la si pronuncia. La mente corre a folle plaudenti, barbe fluenti, missili e cannoni che confortano dalla distruzione nucleare.

 Baffi di classe

Ma davvero, se uno vuole cercare un senso nel recente voto berlinese può trovarlo nella polarizzazione progressiva del voto, e nella risposta allarmata di migliaia di cittadini che temono le orde di siriani alle porte, pensano il peggio di Bruxelles, in generale cercano soluzioni più semplici a problemi più complessi.

Voglio assecondare la mia anima sovietica e il suo innato catastrofismo: Carlo Marx aveva ragione, la classe si sta sollevando, ma non contro la borghesia, semmai contro i paria. Contro se stessa. E’ una guerra in classe.

A lungo, da giovane e ingenuo, difendevo il marxismo dall’USSR: quello non era comunismo vero!, dicevo. Era dittatura feroce, laica fede nello spirito di Baffone, utopia da controllo di gestione. Lo dicevo credendo il modello democratico intrinsecamente migliore ma oggi, forse proprio in virtù dell’insignificanza di una piccola elezione locale nella sobria Germania, un altro mattone di quella certezza viene giù.

Credere che il volere del popolo fosse il bene di una nazione era una felice illusione, quando il popolo era uno, la nazione granitica, e la gente si radunava in folle oceaniche. A Berlino come altrove di recente, il popolo ha fatto il proprio interesse particolare, fottendosene del bene della nazione. Al diavolo la progettualità, il patto sociale, il radioso sole dell’avvenire può aspettare a sorgere. Questo è un voto per dormire 10 minuti di più.

Fra tutte le cospirazioni ridicole per le quali troviamo spazio ed energie, scopriamo essercene altre che per anni, anzi secoli passano praticamente illese il vaglio della ragione.

Fra queste, una su cui i posteri certamente mi daranno ragione è la Cospirazione della Formazione Tecnica o Commerciale. Teoria vuole che che determinate posizioni professionali possano essere solo rivolte a chi ha una “formazione tecnica o commerciale”. Vendi i farmaci a un farmacista? devi avere una laurea in farmacia. Vendi impianti? Devi essere un ingegnere. Vendi progetti informatici? Devi essere ingegnere o, quel che preferisco, “avere un diploma elettronico o elettrotecnico”.

Sono due le parti in causa che cospirano per inasprire la lotta fra STEM e umanistiche, rendendo il mercato del lavoro meno fluido una guerra fra bande e le discussioni online verbose e interminabili: da un lato chi le posizioni le apre, ovvero manager oppure titolari d’azienda. Gente che ritiene che siccome ai loro tempi quel lavoro lì lo facevano “i tecnici” oppure “i commerciali”, bisogna domandare una formazione tecnica o commerciale o un “diploma elettronico o elettrotecnico” che negli anni ’70 era comunque un signor biglietto da visita. Ed è un club del saper fare che si autoalimenta: il fondatore era un tecnico che ha creato un’azienda, e siccome non conosce nient’altro si circonda di tecnici che devono “capirlo” che assumeranno altri tecnici che devono farsi “capire” e in breve la cultura aziendale è così imbolsita ed autistica da avere paura di uscire dalle proprie logiche calviniste, dai propri pregiudizi tecnocentrici.

La seconda parte sono i cosiddetti “responsabili delle risorse umane”, psicologi da strapazzo che, non sapendo nulla dei talenti per i quali riscuotono compensi, offrono le spalle al cliente e perpetuano le dinastie professionali riempiendosi la testa di induzione e determinismo umano. Dividono le persone in gruppi, categorie e tassonomie, pretendendo di costruire reparti manco fosse la campagna acquisti a Football Manager.

In tutto questo, l’assunto che la gente non può cambiare, imparare, desiderare di vedere o fare altro, costruire e disfare saperi e cultura. L’idea che siamo pedine cresciute con determinati colori, destinati a un set fermo di caselle sui cui i tecnici e i commerciali sono i soli dententori di misteri intrasmittibili. Vi chiederete da dove viene questa resistenza al concepire la formazione professionale come fluida e in divenire, a pensare che le persone sono brillanti più per quel che sanno che per quel che fanno. Io credo che venga da una certa categoria di persone che sanno ma non brillano: i tecnici, i commerciali, i diplomati in elettronica ed elettrotecnica.

Anche sorvolando sul discorso sessista – ed è comunque un bel sorvolo – che sta più nei toni che nel concetto della campagna, quel che mi perplime è che la fertilità sia considerato un problema in Italia. Davvero, nel 2016, il problema che abbiamo è che non ci sia abbastanza gente? Davvero la soluzione al nostro sistema previdenziale è: partoriamo lavoratori che ci paghino le pensioni?

Peccato. Poteva essere un occasione per informare i futuri genitori sulle responsabilità di fare un figlio, sui rischi (fisici e sociali) di farli in giovanissima o in tarda età. Sensibilizzare le fasce più povere della popolazione che in genere sono anche quelle che fanno più figli. L’unico suggerimento disperato che si dà è seguire il modello demografico della Somalia. Il tono è quello di e-se-poi-te-ne-penti di Padre Maronno. E l’uomo è un anonimo donatore di sperma, senza volto e senza colpe, che tiene fra i piedi una pallina antistress.

Mi piacerebbe iniziare una rubrica, in cui posto una previsione sfrontata e poi ci vediamo tra uno, due o tre anni per vedere quanto ci avevo imbroccato. Per il momento, posso vantare di aver imbroccato il fallimento di Second Life e aver clamorosamente cannato quello di Twitter, anche se il tempo sembra essere poco galantuomo con l’uccellino.

La previsione di oggi è che i Dash Buttons presentati da Amazon in Germania ieri saranno un fallimento totale, e per alcune ragioni che sarà molto divertente leggere quando la storia mi smentirà:

  • Si tratta di un sistema per comprare. Non un sistema per pagare, ma per comprare: nessuno compra un sistema per comprare. I sistemi per comprare vengono imposti, non vengono scelti.
  • Se devo collegarmi alla app ogni volta che voglio modulare la quantità o qualità dell’acquisto, non faccio prima a comprare online?
  • Resta la possibilità che un ordine farlocco parta come scherzo da un amico, per errore di un bambino o perchè mi sono appoggiato. Certo, Amazon blocca tutti gli ordini successivi al primo finchè questo non è  uscito, ma almeno un ordine parte lo stesso
  • La mia ingenuità markettara mi suggerisce che nessuno abbandonerà la libertà di comprare quanto e cosa vuoi, e la comodità di farlo in un’unica occasione. Ma forse sono io che ho già nostalgia dei supermercati.

Questa è la sensazione: frustrazione. Da un lato sai che è lo stomaco a parlare, la paura, l’incapacità di processare la casualità della sofferenza.

Dall’altra, sai anche che l’Europa e l’occidente sono impreparati di fronte a questo genere di emergenza. Nel senso che le democrazie per come sono strutturate, e per il sistema di poteri che hanno sviluppato, non hanno risposta di fronte al terrore decentrato, all’alienazione culturale ed economica, e allo scandaloso divario fra la società come ce la raccontiamo e com’è davvero. La nostra classe dirigente è inetta e inefficiente quando va bene, miope e ipocrita quando va male.

Credo che nel breve dovremmo prendere, come Europa o come Nato, decisioni anche drastiche per dare una risposta puntuale alla follia. Queste risposte includeranno spesso la parola “religione” e “musulmani”, e dovremmo accettarlo: riaffermando la laicità dello Stato come unica condizione imprescindibile in cambio del multiculturalismo. E se sarà necessario bisognerà preservarla l’incolumità di questo stato di diritto, con la forza e con i soldi, perchè

What is the point of fuck-you-money, if you never say fuck you?

Nel lungo, dovremo ripensare il sistema che ci siamo dati. Sarà terreno inesplorato ma qualcosa va cambiato perchè il radioso futuro post guerra fredda che ci emozionava negli anni ’90 non sta andando come doveva andare.

Qui è dove metto riflessioni di pubblica utilità che nessuno ha davvero voglia di ascoltare a voce alta ma che nel caso uno si trovi a non avere niente da fare o del tempo da ammazzare alla fin fine potrebbe anche stare a sentire. Inoltre, Ci metterò il mio curriculum e qualsiasi altro pazzo progetto stia seguendo.